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Per fare impresa – quindi per raggiungere due obiettivi che in questo tempo sono prioritari: più ricchezza distribuita e più lavoro – occorrono innanzi tutto una forte idea progettuale e una persona intraprendente. In tal senso è fondamentale la cultura e quindi l’educazione. E’ fondamentale infatti la crescita del “soggetto”, della persona, senza la quale il contesto esterno è destinato a rimanere informe e improduttivo. Insomma, tutte le questioni su cui si agita la società contemporanea, tutte le crisi che caratterizzano angosciosamente il nostro presente, ruotano attorno alla necessità di risvegliare l’intraprendenza, il coraggio, l’intelligenza di tante persone, soprattutto giovani, che hanno le potenzialità per crescere e far crescere.

Ma il contesto non è secondario. Per fare un’impresa – una fabbrica, una fattoria o un negozio – occorrono strade, fonti e reti energetiche, linee di comunicazione, approvvigionamenti, ordine e sicurezza. Occorrono cioè servizi e infrastrutture.

Così si produce ricchezza “vera”. Che può essere distribuita a vantaggio di tutti coloro che partecipano alla sua creazione e anche a quelli che per condizioni sfortunate non sono in grado di farlo, anziani, malati, emarginati.

La ricchezza ha uno strumento di misurazione che convenzionalmente è chiamato “denaro”. Non un oggetto, ma uno strumento, che storicamente si è evoluto innanzi tutto per la necessità di una autorità che in ogni mercato ne garantisse la affidabilità e di regole che ne disciplinassero l’uso e la distribuzione.

Per questo sono state create le autorità monetarie – oggi le banche centrali – ed è stato disciplinato il sistema di raccolta, deposito, distribuzione del denaro in tutte le sue forme, antiche e nuove.

L’evoluzione storica ha subito varie accelerazioni nel tempo. Negli ultimi decenni questa accelerazione è stata a dir poco vertiginosa. L’avvento delle tecnologie dell’informazione e comunicazione, l’esplosione di internet, la disponibilità di strumenti di intermediazione velocissimi, hanno stravolto e reso insufficienti i meccanismi dei mercati tradizionali. Tra questi il mercato della moneta, e quindi il mercato finanziario e le borse.

Può sembrare un salto logico, ma se ci pensiamo bene non è così: la crisi che oggi vive l’Europa – e in forme diverse anche quella che investe tutto l’occidente – è incomprensibile se non si afferra l’importanza che ha avuto la storia del mercato finanziario.

Occorre partire dalla definizione stessa della moneta, cui tradizionalmente è assegnata una triplice funzione: misura del valore dei beni e dei servizi, mezzo di scambio, riserva di valore e quindi di risparmio. Il mercato finanziario ha come fine originario quello di rendere fruibile il denaro per queste tre finalità. Da ciò deriva la elementare conseguenza che, in un sistema sano, il denaro non può essere considerato un bene in se stesso, essendo invece uno strumento utile per facilitare le transazioni e per favorire il ciclo virtuoso che permetta ai risparmi di suscitare investimenti produttivi. Il sistema finanziario è stato regolamentato in modo tale da rispettare queste finalità ed evitare di cadere nelle spirali speculative, che hanno sempre provocato ingiustificati arricchimenti e successivamente improvvisi crolli.

Sono numerose le “bolle speculative” formate e poi esplose a danno dell’economia reale, ma certamente tutti oggi hanno presente quella più recente che ha portato alla crisi del 2007 e che ancora non ha cessato di avere effetti negativi sulla vita di milioni di cittadini occidentali. L’origine principale di questo fenomeno consiste nelle innovazioni tecnologiche che hanno consentito e ancora consentono di fare transazioni finanziarie al di fuori del mercato regolamentato. E’ ormai noto a tutti che la possibilità di acquistare o vendere titoli non è data solo agli operatori ufficialmente ammessi alle borse e che un enorme quantità di prodotti viene trattata “over the counter”. In questo modo si sfugge al controllo delle autorità preposte e in più si rende impossibile la valutazione oggettiva del loro valore.

Tutto ciò si incrocia con gli effetti delle norme che hanno consentito e consentono alle banche di decidere se investire il proprio danaro in operazioni di credito alle attività produttive o in acquisti di prodotti finanziari.

Oggi la crisi economica in Europa coincide con la crisi delle proprie banche, appesantite da crediti deteriorati – i “not performing loans” di cui soffrono in particolare quelle italiane – e da titoli di incerto valore, titoli spazzatura – prevalentemente “derivati” che costituiscono una vera e propria zavorra nel patrimonio di grandi banche francesi e tedesche.

Ultimamente è emerso con clamore il severo trattamento che le autorità di vigilanza della Banca Centrale Europea hanno riservato alle nostre banche, diversamente dalla condiscendenza che viene ancora accordata a quelle d’oltr’Alpe. Ha avuto un sussulto perfino il Parlamento Europeo, che è intervenuto recentemente con una risoluzione che denuncia questa inspiegabile assenza di controllo e impegna la Commissione a provvedere in merito.

Tutti speriamo che qualcosa di buono accada nel presente passaggio cruciale in cui si trova l’Europa. Ma è necessario che la verità emerga e che si corregga lo squilibrio di potere tra istituzioni rappresentative dei cittadini e burocrazie tecnocratiche che agiscono indisturbate a vantaggio di chi detiene governa la leva finanziaria.

Giorgio La Spisa