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La disoccupazione in Europa è doppia rispetto a quella riconosciuta dalle statistiche ufficiali.

Ad affermarlo è un recentissimo rapporto della BCE, rilanciato sui media dallo stesso Mario Draghi. Se è vero infatti che il tasso di disoccupazione è sceso mediamente fino al 9,5%, grazie alla creazione di circa 5 milioni di nuovi posti di lavoro in quattro anni, è anche da segnalare che vi è una parte considerevole di persone che non cercano più lavoro, perché convinti che non ce ne sia, e una altra fascia di lavoratori che pur essendo attivi hanno retribuzioni molto basse rispetto al lavoro svolto. In totale quindi la forza lavoro inutilizzata è circa del 18%.

Draghi sottolinea il fatto che questo non è l’ultimo fattore determinante la stagnazione economica con una inflazione che rimane al di sotto del livello fisiologico del 2%. Si tratta del limite minimo di aumento dei prezzi che è classicamente ritenuto necessario per una sana crescita  economica.

Il governatore avverte che le politiche del lavoro non sono di competenza di una banca centrale, ma implicitamente aggiunge un ulteriore obiettivo che i governi europei dovrebbero perseguire nei prossimi mesi. Le responsabilità sono diverse, ovviamente, a Berlino, a Parigi o a Roma, ma è indubitabile che politiche economiche e politiche del lavoro devono essere necessariamente implementate e soprattutto coordinate tra loro in tutto il Continente. È chiaro infatti che una eccessiva flessibilità nel mercato del lavoro in Germania servirà sempre più ad incrementare il surplus commerciale tedesco, che a sua volta non farà altro che esasperare la disparità rispetto i paesi più deboli – considerata l’uniformità del cambio garantito dalla moneta unica – mentre in Italia la difficoltà nel cambiare le regole del mercato del lavoro continuerà a frenare la crescita e a rendere sempre più determinante la zavorra dell’immenso debito pubblico.

Pur considerando che nessuno ha la certezza di indovinare le soluzioni più adeguate per superare le difficoltà in cui ci troviamo, non si può non ammettere che Draghi ha ragione.

La povertà, vecchia e nuova, è in aumento. E certamente ha ragione chi indica come cause la ipertrofia del mercato finanziario, la indiscriminata liberalizzazione dei mercati e le politiche del rigore imposte da chi guida questa Europa.

Ma è anche vero che nel nostro Paese la crescita è frenata dalla combinazione tra instabilità e incapacità.

Uscire dall’Eurozona sembra essere ancora il punto discriminante tra le forze politiche, mentre ancora non si riesce a capire quali siano le differenze nelle proposte sulle riforme del lavoro, della giustizia, della pubblica amministrazione, delle infrastrutture.

Ancor più incomprensibile è la miopia di chi non riesce a collegare il problema del lavoro con quello dell’istruzione e della formazione professionale. Da anni si susseguono riforme monche e fortemente condizionate da pregiudizi ideologici e da spinte corporative e sindacali.

Questo è uno dei punti in cui destra e sinistra hanno realmente perso. Ma è ancora possibile, anzi necessario recuperare.