Seleziona una pagina

Tutti stiamo seguendo con apprensione la sorte del piccolo Charlie, attaccata ad un filo che i medici e le sentenze dei tribunali inglesi vorrebbero spezzare. Nuovi sviluppi della vicenda giudiziaria e l’offerta di curarlo presso l’Ospedale Bambin Gesù fanno sperare in una soluzione diversa rispetto a una parola fine emessa per sentenza di uomini e non per il corso naturale della vita.

Si è già detto come l’aspetto forse più inquietante di questa vicenda è che coloro che vorrebbero lasciarlo morire, per rendere la decisione più accettabile da parte dell’opinione pubblica, stanno mettendo l’accento sulla sofferenza del bambino che potrebbe aumentare se i genitori si ostinassero nelle cure. Viene fatta passare la falsa immagine di un bambino terribilmente sofferente per causa delle macchine cui sarebbe attaccato e che lo manterrebbero in vita, e che quindi la decisione di staccare la spina sarebbe dolorosa ma inevitabile…

Non si dice invece che il ventilatore non fa parte delle cure straordinarie per guarire il bambino dalla sua malattia e che uno strumento ordinariamente necessario per fornirgli il supporto vitale.

I suoi polmoni infatti possono respirare ma hanno necessità che l’aria venga introdotta dall’esterno per sopperire all’inefficienza dei muscoli del torace. Le espressioni “staccare la spina” o “spegnere le macchine che lo tengono in vita” sono dunque inappropriate se non fuorvianti. Il piccolo Charlie vive di vita propria e non grazie alle macchine, la cui funzione è di offrire un sostegno continuo. Si tratta di un supporto non sostitutivo della vita, che non lo abbandonerebbe neanche a macchine staccate, almeno nell’immediato o fino a quando la difficoltà dei movimenti respiratori lo portasse più o meno velocemente all’insufficienza respiratoria ed in mortale anossia. È evidente che si tratterebbe di eutanasia vera e propria: apparentemente non si chiudono le vie respiratorie ma si realizza una situazione del tutto analoga.

Accanimento terapeutico sarebbe invece sottoporre il piccolo a ulteriori trattamenti o accertamenti senza fondamento e aggiungenti inutile pena a una condizione che al momento appare stabilizzata. Come può allora essere considerato accanimento somministrare, miscelati con i normali i alimenti, i farmaci proposti in via sperimentale dai ricercatori statunitensi? Come può essere considerato accanimento permettere all’aria di entrare ed uscire dalle sue vie respiratorie?

L’unico accanimento che vediamo in atto è quello di chi forse sente la vicenda di Charlie come una possibile sconfitta del proprio prestigio scientifico e, con la scusa di un freddo pietismo si batte persino in tribunale contro l’appello alla vita degli stessi genitori. I sanitari erano infatti già pronti a gennaio – il piccolo aveva compiuto cinque mesi – alla rimozione del ventilatore nel miglior interesse del piccolo, avevano deciso che la morte era preferibile alla sofferenza indotta dal respiratore. E invece sono passati altri sei mesi e grazie all’amore dei suoi genitori che si sono opposti invano a tutti i possibili gradi di giudizio, e di tanti nuovi amici in tutto il mondo, Charlie potrebbe festeggiare persino il suo primo compleanno. E in ogni caso può ancora ricevere giorno per giorno il suo pane quotidiano fatto di coccole e piccoli comuni gesti di cui papà e mamma non smettono di circondarlo, e forse anche una possibilità di cura per la sua malattia genetica. Ma questa è un’altra storia.

Roberto Mura, Forza Italia
Giuseppe Castello, Medicina e Persona