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L’ultimo rapporto di Almalaurea  sul tasso di occupazione dei nostri laureati fornisce un dato interessante, che però apre una prospettiva che non riguarda solo l’università ma tutto il sistema educativo in Italia.

La buona notizia è che l’ingresso nel mondo del lavoro da parte dei nostri laureati entro un anno dal conseguimento della laurea arriva al 68,2% per chi ha la triennale e al 70,8% per chi consegue la magistrale, con un incremento percentuale di circa l’1%. Come sempre in cima alle percentuali di maggior successo sono medicina e ingegneria (oltre il 93%), ma in leggero calo rispetto al passato (-1,5  e  -0,2), mentre in coda rimangono i giuristi e i letterari che comunque guadagnano terreno (+1,1  e +2,6).

L’aspetto negativo di questi dati consiste invece nel fatto che prima della crisi del 2007/2008 la percentuale di laureati che trovavano lavoro nei primi dodici mesi era dell’82%. Per recuperare tale livello di successo con il  trend attuale occorreranno altri nove anni.

Il dato, quindi certifica, nitidamente l’impatto del calo di crescita economica sulle fasce più alte del mercato del lavoro e, soprattutto, suggerisce nuove e diverse misure politiche che per contrastare la stagnazione e il mancato raggiungimento di adeguati livelli occupativi.

Guardandosi attorno nel mondo e ascoltando le imprese che spesso non trovano lavoratori adeguati alle loro esigenze, emerge drammaticamente il divario qualitativo tra offerta e domanda  di lavoro. I nostri giovani non sono sufficientemente orientati nelle scelte scolastiche e universitarie e, in più, non hanno di fronte a sé una alternativa valida nel settore della formazione professionale. Qui sta il cuore del problema, che più volte è stato individuato da numerosi esperti e da meno numerosi politici: il nostro sistema educativo ha necessità di diversificare i percorsi da offrire ai singoli e alle famiglie, superando luoghi vecchi comuni ancorati all’idea che la scuola e l’università siano le uniche istituzioni capaci di garantire uno sbocco dignitoso.

Uno degli strumenti che negli ultimi anni è stato sperimentato con successo è quello degli Istituti Tecnici Superiori che sono “scuole ad alta specializzazione tecnologica”, sorte per dare risposta alle imprese che richiedono capacità per le quali né la scuola tradizionale né l’università sono in grado di formare. Si tratta di percorsi formativi rivolti a giovani diplomati, quindi alternativi ma non meno importanti di quelli costruiti nei nostri atenei. La sperimentazione è arrivata a livelli interessanti, sia per il numero degli ITS avviati (sono 93, secondo i dati dell’INDIRE), sia per le aree tecnologiche coperte (tecnologie per il made in Italy, mobilità sostenibile, efficienza energetica, beni e attività culturali).

Soggetti promotori possono essere gli enti locali, le scuole, le università, le imprese, attraverso la forma giuridica della Fondazione. Il Ministero e le Regioni possono finanziare i corsi, generalmente triennali, che fino ad ora hanno prodotto un successo occupazionale  molto alto (mediamente dell’80% nei primi dodici mesi).

In Lombardia ne sono stati istituiti 16, in Veneto, in Toscana  e in Piemonte 7, ma anche al sud:  in Puglia sono 6 e in Sicilia sono 5.

E noi? Nella nostra Isola sono appena 3, ma tra questi almeno due sono di recente avvio, dopo un faticoso iter di costituzione delle fondazioni, spesso ostacolate da inutili guerre di campanile. Il primo ITS è sorto a Macomer (sull’efficienza energetica) mentre gli ultimi sono a Cagliari (mobilità sostenibile) e a Sassari ((nuove tecnologie per il made in Italy – sistema alimentare).

E’ assolutamente necessario potenziare questa scelta, fatta più di quattro anni fa, coinvolgendo il nostro sistema delle imprese, la scuola, l’università e le agenzie formative accreditate.