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I fatti che noi viviamo oggi costituiscono una forte sollecitazione ad un giudizio sull’origine di quanto accade.
Pur non assumendo forme manifestamente violente come nel secolo scorso, siamo costantemente immersi in un contesto che può realisticamente essere definito come “dittatura”.
Per avvalorare questa affermazione, che può sembrare frutto di una forzatura retorica o allarmistica, è utile riandare alle parole di due autorevoli personaggi della storia europea: Joseph Ratzinger e Karol Wojtyla. Entrambi, prima ancora di diventare pontefici, hanno fatto esperienza personale sia del regime nazista che di quello sovietico e in seguito hanno conosciuto la stagione della democrazia in Europa.
Di Ratzinger è nota la definizione “dittatura del relativismo” usata pochi giorni prima di essere eletto come successore di Pietro.
Di Giovanni Paolo II è interessante studiare alcuni suoi testi. Uno di questi è intitolato “Memoria e identità” (https://www.ibs.it/memoria-identita-libro-giovanni-paolo-ii/e/9788817066402) edito e presentato a Roma il 22 febbraio 2005, poche settimane prima della Sua morte. Si tratta di un libro che trae spunto dalla trascrizione di alcuni dialoghi tenuti con i filosofi polacchi Tischner e Michalski che proposero al Papa di sviluppare un’analisi critica, dal punto di vista sia storico che filosofico, delle due dittature che hanno segnato il Novecento, il nazismo e il comunismo.
Chi avrà l’opportunità di leggere il libro non perderà certamente tempo. A me preme oggi evidenziare alcune cose che possono essere utili per le circostanze che ci troviamo ad affrontare.
La domanda da cui parte Wojtyla è la seguente: “Come hanno avuto origine le ideologie del male?”
La risposta è molto articolata, ma si può sintetizzare in questa frase: “Nel corso degli anni si è venuta formando in me la convinzione che le ideologie del male sono profondamente radicate nella storia del pensiero filosofico europeo” ed in particolare nella rivoluzione operata da Cartesio. L’abbandono della filosofia dell’essere e il conseguente accento posto sul pensare ha pian piano condotto l’uomo a giustificare qualunque atrocità, anche lo sterminio di massa: “Se l’uomo può decidere da solo, senza Dio, ciò che è buono e ciò che è cattivo, egli può anche disporre che un gruppo di uomini debba essere annientato”.
Quei regimi sono caduti e con loro anche quelle forme di sterminio. Ma “permane tuttavia lo sterminio legale degli esseri umani concepiti e non ancora nati. E questa volta si tratta di uno sterminio deciso addirittura da Parlamenti eletti democraticamente. Né mancano altre gravi forme di violazione della legge di Dio (…) le unioni omosessuali come una forma alternativa di famiglia (…) “Una nuova ideologia del male, forse più subdola e celata, che tenta di sfruttare contro l’uomo e contro la famiglia perfino i diritti dell’uomo”.
Su questo punto si immette la questione dell’agire dei cristiani nella politica. Si discute da tempo in merito alla opportunità che essi siano uniti nella presenza nelle istituzioni. C’è chi ritiene ancora valido l’invito ad essere uniti e c’è chi ritiene che il pluralismo delle scelte sia imposto dal cambiamento d’epoca evocato dall’attuale Pontefice.
La risposta evidentemente non può rimanere slegata da una lettura critica della recente esperienza dei cattolici nel contesto italiano. Mi sembra però che la non unità dei cattolici, se anche riconosciuta come un fatto storico che caratterizza il presente, non possa essere giudicata positivamente.
La presa di coscienza della esistenza di una dittatura in atto non può lasciarci tranquilli. Non può esimerci dall’assumere una decisione e una azione di “resistenza”, né più né meno necessaria di quella che altri hanno attuato di fronte alle ideologie del male del secolo scorso.