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Alcuni giorni fa, insieme ad alcuni amici, siamo stati a Masua e abbiamo visto quella grande opera di ingegno che è Porto Flavia. È stata una bella occasione per conoscere un pezzo di Sardegna diverso rispetto a ciò che emerge dalle solite immagini della nostra Isola.

È difficile capire la storia della Sardegna senza conoscere qualcosa delle sue miniere.

La storia di tutti i popoli del mondo è incomprensibile se non si afferra l’importanza delle materie prime.  Ma nel nostro caso è necessario tener conto del fatto che la nostra terra è sempre stata ricchissima di minerali ed in particolare di quelli che per secoli e secoli costituivano la risorsa fondamentale delle principali potenze del Mediterraneo. Fenici, Cartaginesi, Romani, Bizantini, Pisani, Aragonesi, Piemontesi – in una impressionante successione plurimillenaria – si sono interessati alla nostra isola innanzi tutto per la possibilità di approvvigionarsi di piombo e argento, utilizzando manodopera servile ed esportando tutta la ricchezza nei propri centri di potere.

La storia è lunghissima, ma tra i tanti passaggi epocali è interessante focalizzare quello di metà dell’Ottocento con la cosiddetta “perfetta fusione” tra i territori continentali del dominio sabaudo e la nostra isola. Questo atto, concesso nel 1847 da Carlo Alberto sotto richiesta degli intellettuali sardi del tempo, comportò la piena applicazione della legge mineraria piemontese in vigore nel resto del regno dal 1840. Separando la proprietà del suolo da quella del sottosuolo, e attribuendo allo stato il potere di sfruttare i giacimenti attraverso concessioni a società private, l’attività estrattiva ebbe un impulso straordinario. Da allora fino alla seconda metà del ‘900 l’attività mineraria in Sardegna visse una vera e propria epopea, contribuendo alla fornitura di oltre l’ottanta per cento delle materie prime del nostro paese e raggiungendo un numero di addetti di circa 35 mila.

Ottennero la concessione numerose società straniere, con la sola eccezione di quella di Montevecchio affidata al sardo Giovanni Antonio Sanna. Si tratta di una storia che ha alcune luci e molte ombre. Certamente furono trasferite qui tecnologie e occasioni di lavoro, ma le condizioni di vita dei minatori erano al di sotto perfino di quelle degli operai del resto del mondo industrializzato.

Visitare gli impianti di Montevecchio ad Arbus o di Monteponi a Iglesias è una esperienza indimenticabile, così come a Buggerru o a Masua. È spettacolare la genialità delle soluzioni tecniche e di quelle architettoniche, così come è affascinante l’intreccio tra le opere della mano dell’uomo e quelle della mano di Dio nella natura circostante. Una bellezza struggente avvolge il nostro occhio nel guardare le laverie o l’approdo di porto Flavia e il blu del mare e del cielo.

Ma non si può dimenticare il sudore e il sangue di migliaia di persone cadute per il crollo improvviso di un masso o per la polvere silicea inspirata in pochi anni di sottosuolo.

Questa è la realtà umana che non possiamo evitare di intravvedere in questi luoghi. Questo è, in fondo, il vertice misterioso della storia dell’economia in tutto il mondo e in tutti i tempi.

La genialità della persona che con scoperte imprevedibili fa avanzare la scienza e la tecnologia ha dentro di sé l’effetto potenziale dell’ingiustizia e dello sfruttamento. Così nella storia industriale come in quella dell’informatica o della biotecnologia.

Un mistero da guardare con curiosità e rispetto, per l’uomo che non voglia essere uno svagato turista nella storia contemporanea.