Seleziona una pagina

Il terzo incontro della conferenza programmatica di Forza Italia è stato dedicato al tema delle politiche del lavoro.
Le statistiche riguardanti l’area di Cagliari sono agghiaccianti, soprattutto per la popolazione giovanile.
Dobbiamo farci carico di questa situazione. Ma non possiamo farlo replicando errori passati.
Erano gli anni ’70 quando le politiche attive del lavoro fecero il loro prepotente ingresso nel sistema legislativo della nostra regione.
Ricordo perfettamente alcune persone che giravano in università alla ricerca di studenti vicini alla laurea che fossero interessati ad entrare in una delle numerose cooperative giovanili promosse sulla base della allora famosa legge 285. Cooperative di dattilografi, di archivisti, di assistenti per anziani… Ognuna aveva la sua ragione sociale ma era meglio conosciuta come la cooperativa dell’On. … o dell’Ass. ….
Dopo alcuni anni furono tutti assorbiti nell’apparato della Regione o del Comune.
Analoga sorte è toccata ai Lavoratori Socialmente Utili o ai dipendenti delle società minerarie acquisite dall’Ente Minerario Sardo.
Negli anni ’80, quando ancora i trattati europei non erano assillanti come oggi in materia di “aiuti di stato”, il Consiglio Regionale approvò una legge, la numero 28 del 1984, che permetteva di finanziare cooperative o società giovanili che volessero avviare attività produttive nei settori dell’industria, dell’agricoltura o dei servizi arrivando a coprire le spese di investimento fino all’80 per cento. Nacquero come funghi in tutta l’Isola, ma credo che al massimo il 5% sia rimasto in vita dopo appena qualche anno, con l’Unione Europea che ha chiuso un occhio a condizione di non finanziarla più.
Ultimo esempio è quello del Piano Straordinario del Lavoro approvato alla fine degli stessi anni ’80, con un finanziamento coperto attraverso il ricorso ad un maxi-mutuo che sicuramente grava ancora sul bilancio della Regione. Consisteva nel finanziamento di progetti speciali per l’occupazione gestiti dai comuni per offrire alcuni servizi pubblici ad alta intensità di occupazione.
Ma potremmo fare ancora molti altri esempi di politiche del lavoro che, in estrema sintesi, hanno prodotto o precariato pubblico – successivamente assorbito dagli enti locali in deroga al principio costituzionale che prevede l’obbligo del concorso – o precariato privato – che al massimo ha garantito lavoro per operatori culturali di volta in volta appesi ai finanziamenti regionali.
Dobbiamo riconoscere che le politiche attive hanno certamente offerto un reddito a numerosi nostri giovani, ma non hanno costruito né lavoro stabile né professionalità utili per incrementare la ricchezza prodotta e distribuita nell’Isola.
Non è facile disegnare un percorso che conduca a generare lavoro vero e ricchezza vera. Ma non si può più aggirare l’ostacolo: Il lavoro nasce dall’iniziativa imprenditoriale e da una rete efficiente di servizi pubblici. Il resto rischia di restare nel recinto dell’assistenza.

• Per le politiche dell’impresa occorre superare il vecchio schema della politica degli incentivi indiscriminati e incrementare la fiscalità di vantaggio.
• Per la rete di servizi pubblici efficienti occorre investire sulla innovazione e sul sistema educativo e formativo.
Nel corso della XIV legislatura l’Assessorato della Programmazione ha costruito
• un sistema di incentivi caratterizzato dal legame tra tradizionali incentivi e ricerca e formazione. Contratti di programma, Progetti integrati aziendali distinti per vari livelli di impresa
• un robusto e mai eguagliato programma di finanziamenti per la ricerca e l’innovazione, avendo come destinatari sia le università, sia i centri di ricerca regionali, sia le imprese innovative. Dai 25 ai 30 milioni per anno al finanziamento della legge regionale numero 7 del 2008 e più di 100 milioni di fondi comunitari per la ricerca applicata all’impresa.
• Un progetto di legge di riforma del sistema educativo molto ambizioso per realizzare anche in Sardegna il potenziamento dell’istruzione e dell’istruzione e formazione professionale. È da tempo infatti che in Italia e in Europa i migliori sistemi educativi generano migliori condizioni di incontro tra domanda e offerta di lavoro