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I pastori sardi protestano vivacemente a Cagliari. La denuncia è nei confronti della politica regionale che non riesce ad affrontare con decisione ed efficacia i problemi del settore caseario.

La crisi è evidente e incontestabile. Ed è chiara anche la coincidenza di due fattori scatenanti: Le avversità atmosferiche  di quest’anno (prima le gelate poi la siccità) e soprattutto il crollo del prezzo del latte, che non viene remunerato adeguatamente dagli industriali e dalle cooperative.

Entrambi i fenomeni non sono affatto nuovi.

Gli eventi climatici sono stati sempre un problema per tutti i comparti agricoli in Sardegna e la Regione ha sempre dovuto consumare una quantità enorme di risorse del proprio bilancio per fare fronte alle richieste dei produttori. In realtà l’indennizzo è diventato una forma periodica di sostegno al reddito, senza che si individuasse un più razionale metodo di protezione dalle calamità naturali.

La questione del prezzo del latte è sempre stata al centro delle politiche agricole, ma è diventata ancora più grave con la apertura dei mercati internazionali e con l’avvento delle norme europee in materia di concorrenza. Né lo Stato né la Regione possono intervenire direttamente nelle dinamiche del mercato, nonostante il fatto che il rapporto tra produttori e trasformatori sia assolutamente squilibrato a favore di questi ultimi. Ogni crisi si ripercuote in ultima istanza sul pastore e purtroppo tutti i tentativi di rafforzare il settore primario attraverso la promozione di cooperative e consorzi non hanno dato risultati apprezzabili.

La crisi attuale poi è del tutto particolare, perché segue un periodo di forte rialzo del prezzo del pecorino romano, che negli anni scorsi ha raggiunto valori mai riscontrati nel passato.

Il paradosso è che proprio l’incremento dei livelli di remunerazione del prodotto finale ha spinto ad un consistente aumento della produzione, con l’inevitabile eccesso di offerta e il conseguente nuovo crollo del prezzo. Si tratta di una sorta di “bolla” che poteva e doveva essere prevista ed evitata.

In altri contesti produttivi e territoriali i rimedi esistono. Basti pensare agli accordi tra produttori che prevedono limiti e impongono sanzioni ai consorziati, mantenendo così livelli di offerta compatibili con la domanda.

È scomoda e forse  imbarazzante la seguente domanda: perché in Sardegna queste regole elementari non vengono attuate?

La colpa è solo delle istituzioni politiche?