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La raccolta di firme per il referendum sull’insularità sta ottenendo successo, sia per il numero sia per la connotazione politica delle adesioni. Hanno firmato in molti e di quasi tutti i partiti.
Si tratta di una richiesta che ha la sua origine in due fatti particolari.
Da un lato intende costituire un contrappeso all’iniziativa referendaria promossa dalle regioni del Veneto e della Lombardia. I promotori del referendum sardo infatti dichiaravano di avere come obiettivo lo svolgimento della consultazione nello stesso giorno (il 22 ottobre scorso) per sottolineare che il residuo fiscale netto di cui gode la Sardegna insieme ad altre regioni del meridione non è un ingiustificato privilegio, ma anzi una parziale compensazione degli svantaggi derivanti dall’insularità. Una compensazione che sarebbe molto più consistente se venisse ufficialmente riconosciuto e quantificato il peso finanziario cui sono sottoposti i cittadini e le imprese sarde a causa dell’ampio tratto di mare che ci separa dal continente.
L’altro fatto importante è l’approvazione, avvenuta più di un anno fa da parte del Parlamento Europeo, di una risoluzione proposta dal sardo Salvatore Cicu finalizzata a riconoscere alle isole uno status peculiare rispetto ad altri territori svantaggiati come quelli montani o di frontiera. Tale riconoscimento potrebbe già pesare favorevolmente nella predisposizione dei documenti preliminari al prossimo ciclo di programmazione dei fondi strutturali europei, ma speriamo anche che possa essere un argomento utilizzabile per giustificare alcune deroghe alle regole sulla concorrenza che da anni ostacolano l’approvazione di particolari incentivi alle imprese e alle famiglie sarde. Basti pensare alle numerose procedure di infrazione minacciate o anche formalmente aperte nei confronti di importanti leggi sarde.
L’inserimento nella Costituzione italiana di una norma che esplicitamente riconoscesse lo svantaggio della Sardegna e della Sicilia certamente potrebbe rafforzare interventi compensativi ulteriori rispetto a quelli esistenti.
In questo senso non si può esprimere altro che una valutazione positiva sul tentativo dei Riformatori sardi. Così come è giusto apprezzare il lavoro che ha portato alla approvazione della risoluzione del Parlamento Europeo.
Il cammino, comunque, è ancora lungo e irto di ostacoli. Alcuni sono di carattere formale: l’accoglimento del referendum potrebbe essere negato dalla Suprema Corte italiana per il fatto che il quesito proposto non rientra tra quelli ammessi dalle leggi esistenti. Altri sono di natura politica: una modifica di tale portata sarebbe facilmente osteggiata dalle altre regioni, sia del nord che del sud.
La politica nazionale ha di fronte a sè importanti svolte, che mostreranno quale esito possa avere questo tentativo.

Giorgio La Spisa