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Il risultato del referendum veneto e lombardo può piacere o non piacere, ma indubbiamente getta sui tavoli della politica una questione ulteriore rispetto a quelle che ci si aspettava potesse caratterizzare il prossimo confronto elettorale del 2018.
Da tempo ormai il federalismo fiscale, voluto dalla Lega nel periodo dell’ultimo governo Berlusconi, era oggetto di critiche feroci, quasi che l’incremento della spesa pubblica fosse causato prevalentemente dalla devoluzione di poteri e risorse alle regioni. Tanto che la riforma costituzionale, tentata da Renzi e bloccata dal referendum del dicembre 2016, riportava in capo allo Stato un gran numero di funzioni. Oggi, invece, molti commentatori salutano positivamente la rivendicazione di maggiore autonomia espressa dai veneti e dai lombardi.
Direi anzi che non solo aggiunge un tema rilevante, ma soprattutto porta a cambiare radicalmente i termini di una problematica fondamentale nella politica nazionale: la gestione della cosa pubblica deve essere centralizzata o affidata all’autonomia locale? E – conseguentemente, anche se non rientrava nei quesiti referendari – la distribuzione delle risorse pubbliche raccolte dallo Stato attraverso l’imposizione fiscale deve avere come protagonista lo Stato o le regioni e i comuni?

Si tratta, tutti lo sappiamo, del cuore dell’azione di ogni governo.

Ciò che i contribuenti versano allo Stato deve confluire in una cassa centrale per essere distribuito su tutto il territorio o deve rimanere in gran parte dove viene prodotto il reddito su cui agisce il prelievo fiscale?

La risposta a questa domanda sembrerebbe semplice, come è stato semplice per i cittadini veneti e lombardi votare per il “Sì”. Ma la realtà è molto più complicata.

Se, infatti, tutte le regioni trattenessero i 9/10 delle tasse riscosse sul proprio territorio – come trionfalmente rivendica oggi il presidente Zaia – con quali soldi lo Stato potrebbe costruire e gestire strade, porti e aeroporti, scuole e università? Con quali risorse pagare tutti i propri dipendenti? Come far fronte alle vecchie e nuove povertà? Come provvedere all’ordine pubblico e alla difesa?

È realistico pensare che tutte queste funzioni possano essere trasferite ai poteri locali?

È fin troppo facile rivendicare che le risorse raccolte rimangano sul proprio territorio, quando questo è ricco. Ed è ricco non solo per merito dei propri abitanti, ma anche perché è in una posizione geografica favorevole o perché ha risorse naturali proprie o perché ha un patrimonio storico più antico (come Venezia o Milano o Firenze).

Ed è interessante notare che la richiesta di forme più avanzate di autonomia proviene da regioni italiane con redditi alti, così come le spinte indipendentiste in Europa sono più forti in Catalogna o in Scozia.

Stiamo assistendo, cioè, ad una esplosione di egoismi nazionalistici che rischiano di accrescere le diseguaglianze: le regioni ricche saranno sempre più ricche, quelle povere lo saranno sempre di più.

Diversa è invece la storia del nostro Paese, che nella Costituzione trova un riconoscimento esplicito delle ragioni di una “specialità” fondata su peculiari condizioni geografiche e culturali: le due isole maggiori e i territori di frontiera sulle Alpi.

Occorre riprendere la ragionevolezza di padri costituendi per fermare una deriva che può solo aggravare la nostra situazione di isola, lontana dai flussi della finanza e dell’economia, sempre meno popolata e utilizzata in gran parte come bacino commerciale o meta di vacanze fugaci ed esclusive.

Giorgio La Spisa